Marta e il suo anno di servizio civile. Pubblicato il 1 febbraio 2021 da admin

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Nel dicembre 2019 ho cominciato il mio percorso con Il Tetto. Venivo direttamente dal Brasile, dopo due anni vissuti in una periferia di San Paolo. L’esperienza era stata forte, come potete immaginare, e a 27 anni mi sentivo già quasi una donna vissuta, che è abbastanza matura per lavorare con dei ragazzi di casa famiglia senza sconvolgersi più di tanto, pensavo io, ingenua.

Il primo giorno mi ha accolto Fabio, un educatore, che mi ha fatto conoscere la casa spiegandomi un po’ il funzionamento, gli orari, le regole e raccontandomi a grandi linee delle ragazze che ci vivevano – all’epoca, per una casualità, tutte ragazze tra i 13 e i 17 anni. Quel pomeriggio stesso siamo andati a prendere due di loro a scuola e l’incontro è stato un primo assaggio di ciò che mi aspettava: due ragazze vivaci e all’apparenza un po’ scontrose, che mi hanno accolto come l’ennesimo “Servizio Civile”. Quelle due mi avrebbero accompagnato per quasi tutto l’anno – una poco meno, perché è tornata a casa, l’altra ancora mi accompagna – in una relazione che è fatta di tante contraddizioni. Affetto e fastidio, amore e odio, un continuo movimento di vicinanza e distanza, di scazzi e risate.

Dopo un primo periodo di osservazione, necessario e che in realtà non finisce mai, perché i momenti di sola osservazione ed ascolto credo siano fondamentali per agire con più cautela ed evitare gli errori, io mi sono buttata, ho cominciato a prendermi degli spazi, a mostrarmi come una persona su cui potevano contare, sempre abbastanza sicura del mio “essere matura”. Buttarsi però, vuol dire prendersi gioie e dolori. E assieme ai tanti momenti divertenti, corredati da selfie e video, sono arrivate anche le arrabbiature e i litigi ed è in quei momenti che ho messo in discussione tutta la mia presunta maturità, tutto il mio presunto equilibrio emotivo.

Entrare nella vita quotidiana del Tetto vuol dire confrontarsi con ragazze e ragazzi che, pur essendo molto più giovani, hanno vissuto molto più di te, hanno sofferto di più e hanno anche imparato a difendersi. Conquistare la loro fiducia non è cosa da poco, ci vuole costanza e pazienza, perché quando un cuore è pieno di ferite, non apre facilmente le proprie porte. Secondo me, ci vuole innanzitutto umiltà ed empatia, senza perdere la fermezza. Ci vuole capacità di mettersi in discussione e di chiedere scusa.

Il Servizio Civile è un periodo della propria vita che si dedica a persone che hanno ricevuto meno di te, ma è anche un’occasione di grande crescita e gli educatori del Tetto questo lo sanno bene. Io non mi sono mai sentita sola ad affrontare situazioni complicate, c’era sempre la mia responsabile, Federica, che, insieme a tutti gli altri educatori ed educatrici, era sempre pronta ad accogliermi ed ascoltarmi, a riflettere con me sulle situazioni per trarne un insegnamento e guidarmi nella comprensione dell’altro o dell’altra.

Anche il gruppo dei volontari, purtroppo vissuto poco da me a causa della pandemia, è una risorsa di grande valore. Gli incontri fatti con la responsabile ci hanno dato l’opportunità di riflettere su ciò che stavamo vivendo, aprendoci ad altri punti di vista e cercando di capire noi stessi e gli altri. E poi – ammettiamolo va, che fa bella figura – ci hanno fornito le conoscenze di base sul sistema di assistenza ai minori in affidamento ai Servizi Sociali.

Comunque, dopo queste righe così seriose, non posso non chiudere con un po’ di allegria. Il Servizio Civile al Tetto è tante risate, è tanti bei ragazzi, ragazze, bambini e bambine divertenti, svegli e intelligenti. E’ ballare, giocare e cantare. Perché ridere è necessario e noi del Servizio Civile siamo lì anche per questo: portare gioia e spensieratezza!

Marta

Ps. Ora lavoro al Tetto, se volete saperlo, ma non solo per questo parlo bene dell’esperienza. Nelle mie ore libere faccio la volontaria, perché i ragazzi e le ragazze sono meravigliosi!

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