Letteratura: parole per capire. Pubblicato il 4 dicembre 2014 da admin

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Vorremmo condividere con voi un brano di R. Miniter da “Le cose che voglio di più”

Il personale non ci aveva nascosto nulla durante la formazione. I bambini selezionati per il programma avevano problemi emotivi e/o fisici. Spesso erano stati vittime di violenze familiari, erano entrati a contatto con il mondo della droga e della prostituzione; erano stati tenuti a casa da scuola, lasciati senza mangiare o da soli per lunghi periodi. Per molti di loro il tentativo di affidamento a famiglie con programmi normali era fallito ripetutamente.

Eppure Harbour ci assicurava che una serie di specialisti aveva analizzato i casi di quei bambini ed era arrivata alla conclusione che avrebbero tratto grandi benefici dall’affidamento terapeutico. Il quadro generale dipinto da Harbour era quello di individui isolati e sofferenti: vulnerabili, feriti e straziati erano le parole più spesso impiegate, e io e Sue, soprattutto Sue, aprimmo quella cartella avvertendo già una buona dose di empatia per quel bambino sconosciuto.

La situazione cambiò però rapidamente nel corso della lettura. I bambini che ci erano stati descritti durante la formazione ci apparvero d’un tratto astratti e teorici, passivi in modo quasi ridicolo. Il quadro che ci apparve era qualcosa di completamente diverso. […]

«Sue, perché mai ci mostrano una cosa del genere?»

Con mio grande sollievo anche Sue sembrò pronta a rinunciare. «Joanne ha detto che è un ragazzino interessante, e so che questi bambini hanno bisogno di aiuto, ma ci sono dei limiti. Non possiamo affrontare un caso del genere. No, non questo, non è questo che voglio.» Sospirò. «Forse sarei di diverso avviso se vi fosse un minimo indizio del fatto che vuole essere aiutato, ma non ce n’è traccia. »

Mi tolsi gli occhiali, mi sfregai il viso e mi alzai. Il contenuto della cartella era sparso per la stanza in mucchi disordinati. L’avevamo aperta e ce l’eravamo spartita. «Va bene», conclusi, «rimettiamo tutto a posto.»

Sue annuì e si alzò per aiutarmi.

«Rich, cos’è questo?»

Sue teneva in mano un foglio di carta azzurra che non avevo mai visto. Apparentemente era scivolato fuori dalla cartella quando l’avevamo svuotata ed era caduto sul pavimento. Era una fotocopia di cattiva qualità di un modulo con l’intestazione “Ciò che desidero di più”. Sotto, in corrispondenza dei numeri uno, due e tre, c’erano tre righe. Erano coperte da una calligrafia infantile, disordinata e piena di macchie.

(…) Quando capii che cosa era quel foglio in mano a Sue, le dissi precipitosamente «Lascia perdere, rimettilo dentro. E’ meglio che non lo leggi.»

Sue stava per infilarlo nella cartella ma scosse il capo.

Si avvicinò invece al lume sulla scrivania e, dopo un attimo di esitazione, la raggiunsi.

Fu la prima di noi due a decifrare ciò che c’era scritto. Alla luce ambrata della lampada vidi la curiosità sul suo viso lasciare il posto alla costernazione, poi il respiro le si mozzò. Per me fu più difficile interpretare le parole. Dovetti passare più volte le dita su quei tratti a matita prima di rendermi conto che dicevano:

Ciò che desidero di più:

1.Una famiglia

2.Una canna da pesca

3.Una famiglia