La funzione riparatrice dell’affido in comunità Pubblicato il 7 agosto 2014 da admin

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Condividiamo con voi il nostro intervento per il convegno  “30 anni di accoglienza. Prospettive sull’affido comunitario a trent’anni dalla legge 184.”

(Roma, Musei Capitolini, 17 giugno 2014)

ABSTRACT

 Art.3 Il tuo superiore interesse deve guidare gli adulti nelle decisioni che ti riguardano. (Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia)

In questi trent’anni, cosa si può affermare sul modello dell’affido comunitario, e su come questo sia stato recepito e messo in atto?

Nel 1983 il legislatore riconosceva il ruolo delle comunità educative accanto all’istituto dell’affido etero-familiare, assegnando all’educazione al di fuori della famiglia un valore nuovo, distante dalla funzione repressiva e rieducativa che il ricovero negli istituti aveva avuto in passato.

La realtà quotidiana che abbiamo vissuto ogni giorno nelle nostre comunità ci ha fatto riflettere sul fatto che non basta assicurare “mantenimento, educazione e istruzione” ma che questi figli, come tutti gli altri, hanno necessità di essere protetti, rassicurati e curati, anche e soprattutto nel cuore e nell’anima.

La capacità di instaurare legami affettivamente dotati di senso è una caratteristica che la mente, come tutti sappiamo, impara dai primi attimi di vita, ed è anche l’assunto su cui abbiamo basato il nostro essere comunità di affido per soggetti temporaneamente fuori dalla propria famiglia.

Sta in questo, il significato educativo e evolutivo del “condividere gli spazi della vita” di educatori e ragazzi che abbiamo proposto come modello in questi 30 anni di esperienza.

E finalmente nel 2001 la legge ha riconosciuto anche questo nodo cruciale della “cura”, nell’atto di sancire la chiusura degli istituti, anche se molto rimane da fare per garantire a ciascuno di questi bambini e ragazzi la casa di cui hanno bisogno.

Per quanto ci piaccia definirci “ponte”, “passaggio”, “trampolino di lancio”, siamo consapevoli che l’efficacia della cura e del metodo che proponiamo risiede nell’essere, sempre e per sempre, custodi di quelle parti indigeribili della psiche di ognuno dei nostri ragazzi, che essi hanno depositato in noi per poterle meglio integrare e riconoscer come indispensabili e mancanti. Il percorso della comunità con loro è diventata dunque in questi 30 anni, vita e storia, la storia di ognuno di noi.

La funzione riparatrice dell’affido in comunità

Facendo “il punto” dopo così tanti anni, inevitabilmente la mente vola indietro nel tempo a considerare come eravamo, e ci tornano negli occhi delle immagini e delle sensazioni.

Francesco, oggi, è un uomo alto e grosso.

Lo è sempre stato, alto e grosso, anche quando aveva dodici anni ed era difficile sostenerlo e abbracciarlo con sole due braccia, nel momento in cui ti si buttava addosso alla ricerca di affetto e di consolazione.

Con la legge 184 dell’83 si riconosceva il ruolo delle comunità educative, accanto all’affido etero-familiare.

Si riconosceva all’educazione al di fuori della famiglia un valore nuovo, distante dalla funzione repressiva e rieducativa che, in passato, era propria dei vecchi istituti.

Noi “comunità”, appena nate, eravamo in quel momento magico dell’entusiasmo giovanile in cui i sogni sembrano tutti realizzabili e le difficoltà sono considerate semplicemente buche sulla strada da percorrere. Eravamo forti della nostra buona volontà e questo sembrava bastare. Sapevamo accogliere, dare calore, animare.

Oggi siamo qui, 30 anni dopo, per condividere il cammino che ci ha portato a divenire, da “esperienza”, una realtà solida e radicata nel territorio, con una professionalità riconosciuta ed apprezzata.

E siamo qui, con l’intera rete delle casefamiglia e delle comunità d’Italia, per affermare, fortemente, la funzione riparatrice dell’affido in comunità.

Siamo qui a portare la voce di quei bambini, adolescenti e giovani adulti che hanno, negli anni, allietato e sfasciato le nostre case e le nostre vite. E lo hanno fatto perché noi glielo abbiamo permesso e perché insieme a loro, dopo, le abbiamo riparate.

E se la caratteristica fondamentale della figura materna è quella di assicurare protezione e sicurezza, quando questa figura è carente viene a mancare nel bambino la capacità di amare e di essere amati. In questi casi, la funzione della comunità è quella di riparare quella rottura.

Eppure la legge, nel 1983, non parlava di questo.

L’articolo 2, recita:

Il minore che sia temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo può essere affidato ad un’altra famiglia, possibilmente con figli minori, o ad una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare, al fine di assicurargli il mantenimento, l’educazione e l’istruzione.

La realtà quotidiana che abbiamo vissuto ogni giorno nelle nostre comunità ci ha fatto riflettere sul fatto che non basta assicurare “mantenimento, educazione e istruzione” ma che questi figli, come tutti gli altri, hanno necessità di essere protetti, rassicurati e curati, anche nello spirito.

Quel nostro slancio iniziale che, ormai 30 anni fa, partiva dal saper accogliere, dare calore, animare, è stato scientificamente ritenuto efficace.

Ogni giorno, nelle nostre comunità diamo l’opportunità ai ragazzi di avere quelle nuove esperienze affettive positive che permettono loro di intraprendere il necessario percorso di riduzione della sofferenza psichica ed emotiva.

La capacità di instaurare legami affettivamente dotati di senso è una caratteristica che il bambino impara fin dai primi mesi di vita, ed è anche l’assunto su cui abbiamo basato il nostro essere comunità a cui vengono affidati  bambini temporaneamente fuori dalla propria famiglia.

Finalmente, nel 2001, la legge riconosce anche questo nodo cruciale della “cura”. La legge 149, che ha modificato la precedente 183, sancisce:

1. Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti ai sensi dell’articolo 1, è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno.

 2. Ove non sia possibile l’affidamento nei termini di cui al comma 1, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato, che abbia sede preferibilmente nel luogo più vicino a quello in cui stabilmente risiede il nucleo familiare di provenienza. Per i minori di età inferiore a sei anni l’inserimento può avvenire solo presso una comunità di tipo familiare.

Il “condividere gli spazi della vita” fra educatori e ragazzi è il modello che abbiamo proposto in questi 30 anni di esperienza.

Secondo noi, questo agevola moltissimo la capacità di instaurare legami affettivamente dotati di senso.

Questo modello prevede il funzionamento di una “mente gruppale”, quella dell’insieme degli educatori, che elabori elasticamente strategie evolutive in dinamica con lo sviluppo del bambino.

In generale, egli deve imparare “di nuovo”, a volte “da capo”, a fidarsi, ed affidarsi, agli adulti. Deve reinvestire sulla possibilità di accettazione della perdita come condizione per instaurare nuovi legami affettivi.

In questo percorso, è per noi una ricchezza aggiuntiva la pluralità di figure di riferimento che caratterizza l’affido in comunità. Troppe volte, abbiamo visto fallire adozioni e affidi etero-familiari, quando lo stringersi del cerchio affettivo attorno ad un minorenne deprivato diventa un legame insopportabile.

Francesco, alla soglia dei 18 anni, è tornato nella casa materna. Un buco nero l’ha accolto, e lì lo abbiamo perso. Almeno per un po’.

Ma sempre più spesso oggi le nostre case accolgono ragazzi provenienti da altri paesi.

Ahmed, a differenza di Francesco, è magrolino con gli occhi grandi e sgranati. Guardandolo si sente un non so che all’altezza dello stomaco, un misto di mare e deserto, di sonno e di sogni, di aspettative e paura. Quel bisogno del bambino – ma che è anche dell’uomo in ogni fase della sua esistenza – di essere tenuto e contenuto trasuda dal suo essere distaccato, dal suo non capire. Forse non ci sarà mai un abbraccio che ci unirà. Ma questo non cambia la sostanza.

Per quanto – in un certo senso – sia stato costretto a lasciare la sua terra e la sua famiglia d’origine, non deve riparare – nella maggioranza dei casi – il danno di un passato abbandonico. Ugualmente, ci interroga sulla nostra capacità di “proteggerlo e aiutarlo in un modo speciale”. Soprattutto di vederlo, questo suo essere speciale, oltre il sipario dell’indifferenza che spesso ti pone di fronte per proteggersi.

 “Minore + straniero + non accompagnato” è un condensato di fragilità, un intrigo di diritti per le istituzioni, una sfida all’accoglienza per tutti noi.

Le esperienze che abbiamo maturato negli anni ci hanno permesso di elaborare un nostro modello di accompagnamento all’autonomia. Nelle nostre cinque “casette dei grandi” decine di ragazzi hanno varcato la soglia della maggiore età approcciando “il mondo di fuori” facendosi forza in una comunità di pari, affiancati da figure educative. Questo li ha aiutati a tollerare le richieste della realtà, che li vuole adeguati e pronti a responsabilità professionali, affettive e sociali.

Per quanto ci piaccia definirci “ponte”, “passaggio”, “trampolino di lancio”, siamo consapevoli che l’efficacia della cura e del metodo che proponiamo risiede nell’essere, sempre e per sempre, custodi di quelle parti indigeribili della psiche di ognuno dei nostri ragazzi, che essi hanno depositato in noi per poterle meglio integrare e riconoscer come indispensabili e mancanti. Il percorso della comunità con loro è diventato dunque, in questi 30 anni, vita e storia. La storia di ognuno di noi.

Non possiamo, giunti a questo punto, non ringraziare tutte le persone che hanno fatto la vita e la storia della nostra associazione. A partire da quei primi sognatori, a cui deve la sua fondazione: Eduardo Missoni e i suoi scout, che ci hanno regalato la loro “visione” e ai quali ci unisce come un filo rosso lo spirito dell’iniziativa, nonostante il fatto che l’associazione di oggi si discosta da quella di allora nei volti e nei luoghi.

Poi anche a distanza di anni, li incontri i nostri ragazzi, persi nella città.

Un grazie, speciale, lo dobbiamo anche a Francesco e a tutti gli altri “equilibristi sul filo della vita” che la nostra rete ha lasciato cadere, forse a causa delle maglie troppo larghe di una società a cui mancano ali forti per sorreggere i suoi figli più fragili quando diventano grandi.